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Per quel che Vale Per quel che Vale di Valentina Oliveri

11393018_10153093588263197_171229095385041941_n Cinque anni di futuro
25/06/2015

I compleanni mi mettono sempre un'emozione strana addosso. E non solo il mio, ma anche tutti i compleanni delle persone che amo. Tengo alle date, ecco, non dimentico - quasi mai - anniversari, scadenze, countdown, programmi. Per me, segnare una data vuol dire imporsi, e poi raggiungere, un traguardo. Fra due giorni, Farm Cultural Park, soffia la sua quinta candelina, anche se di traguardi ne ha raggiunti molti di più. E a me, che i compleanni mettono sempre un'emozione strana addosso, è già venuto il magone.

Quando non si è di Favara, e si viene a Favara per la prima volta, si ha una sensazione agrodolce. Entri, percorri i viali, arrivi al centro, ed entri ai Sette Cortili. Ti viene da toglierti gli occhiali e cercare di pulirli col primo cotone a tua disposizione - di solito una maglietta - e magari lo fai, poi li inforchi di nuovo ed è chiaro: avevi visto bene. Niente di ciò che ti sei lasciato alle spalle prima di entrare, può farti pensare che ti trovi ancora nello stesso angolo di mondo, se non il vedere - dalle terrazze dei piani più alti dei dammusi di Farm - i tetti delle case vicine, macchiati dalle verdi muffe della noia e costellati di cisterne blu per l'acqua, perchè a Favara l'acqua manca, e allora uno corre ai ripari come può.

Poi lo sguardo torna indietro, da dove è partito: una piccola terrazza bianca con dei tavolini rossi e delle sedie rosse pure loro, certo, in coordinato, e un odore fortissimo di menta e basilico e altre erbette aromatiche e una tenda bianca che fluttua. Dall'alto una grande donna africana respira su una parete alta e larga diversi metri, una torta appena sfornata di sotto, al bar, dentro un'alzatina di vetro decorato pronta per la colazione, una ragazza coi capelli ricci e un ragazzo - un bravo papà - con le loro mise anni Settanta e gli occhialoni ed anelli, magliette, bracciali, ricordi tutti (hand)made in Sicily. Molti uomini operosi che fanno bella Farm per la festa vicina e una coppia di portoghesi che viene in visita.

- Buongiorno, vorremmo fare un giro - mi dice lei con un italiano sicurissimo, alta, sottile, sulla cinquantina. Il marito è bassino, ha gli zigomi rotondi e pronunciati, il sorriso disegnato e annuisce spesso come chi non capisce cosa dici ma è comunque cordiale, un naso rosso e simpatico, e un gilet con tante tasche beige di quelli che si usano anche per la pesca. Facciamo un giro tra le stanze che ospitano l'arte, sorridono, gustano, sfogliano, fotografano, lei chiede a me poi traduce a lui. Alla fine del giro, usciamo fuori, gli occhi pieni di tutto - io esattamente come loro, come fosse la mia prima volta - lei, maternamente, mi abbraccia. "Grazie - mi dice - Farm è un piccolo grande miracolo. E' molto buono per i vostri bambini Farm, crescono più aperti, ottimistici, speriamo cresce ancora questo posto. Piccolo grande miracolo, ciao cara"

Li saluto e mi siedo su uno sgabello di tronco d'albero, a pensare cos'era cinque anni fa questo posto, un cumulo di irredimibili macerie, ed ecco cos'è diventato. Quanta gente ho conosciuto qui? Quante lingue diverse ho parlato e ascoltato? Quante righe sono state scritte in giro per il mondo, quante foto scattate, quanto cibo ho mangiato, quante cose ho imparato, quante notti ho passato a guardare le stelle nel giardino silenzioso, quante volte ho avuto la pelle d'oca vedendola in Tv e quante volte ho detto con fierezza: "Sì, io sono di Favara, dove c'è Farm"? Allora la cifra si perde, non riesco a far di conto, e penso cos'era cinque anni fa questo posto e come qua fuori continua ad essere, e quanto lavoro c'è ancora da fare. Mi spaventa? No, mi dà energia.

Il fatto che, a dei portoghesi che mi conoscevano da appena venti minuti, fosse bastato un giro dentro i Sette Cortili per abbracciarmi e definire il tutto piccolo grande miracolo la dice lunga su quello che Farm Cultural Park vuol dire per noi. Vuol dire possibilità, sogno, visione, prospettiva, lavoro, futuro, ma sopra ogni cosa vuol dire riscatto. Riscatto da tutto quello che Favara, Agrigento, Sicilia, sono costrette a vivere ogni giorno in termini di politiche sociali e di sviluppo, riscatto per tutti quelli che restano o tornano a casa loro, qui, per salvare questa terra.

Allora, perchè non fare di più? Sempre di più? Sempre meglio? Se in cinque anni, un cortile (dei Sette Cortili), con lavoro ed impegno, è divenuto uno dei punti focali per la cultura artistica siciliana ed italiana in genere, cosa accadrebbe se un luogo ch'è già di per sé uno dei punti focali per la cultura storico-artistica mondiale, si trasformasse in un altro piccolo grande miracolo dell'innovazione?

Così Andrea Bartoli, notaio fondatore di Farm, immagina una rinascita del Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, e scrive una lettera aperta al neo sindaco di Agrigento Lillo Firetto  e alla sua Giunta. Perchè non seguire l'esempio della città di Venezia, e sfruttare l'immensa risorsa della Valle per istituire una "Biennale del Buon Senso", in cui il mondo sia invitato a collaborare e far rete col popolo siciliano? Arte, bellezza, cultura, sviluppo - com'è successo a Favara - troverebbero nel Parco una ancor maggiore realizzazione, raddoppiando il senso del riscatto per gli abitanti del territorio. La lettera è possibile leggerla qui, e mi auguro venga presa in gran considerazione da Firetto e i suoi collaboratori, che sembrano già rappresentare per la "più bella città dei mortali" una bella boccata d'aria e rinnovamento.

Credo che il cambiamento evolutivo che Farm Cultural Park ha rappresentato per la città di Favara sia innegabile ed in crescita. Quando si pensa a cambiare tutto, è più facile pensare ai limiti che il cambiamento comporta - i soldi, l'amministrazione, i permessi, le tasse - col tempo diventano alibi e la stasi resta l'unica possibilità, portando al deperimento e il conseguente abbandono dei luoghi. Invece, basta iniziare, mettere in moto, partire, tutti ti seguiranno, e cinque anni dopo ti renderai conto di che peccato sarebbe stato non aver fatto nulla, aver ceduto al pessimismo, aver lasciato l'auto in garage a prendere umido. Di che peccato sarebbe stato non aver detto: proviamoci, facciamolo!

Oggi Favara corre verso il futuro. Io sono a bordo. E tu, parti?

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